THAILANDIA E BUSINESS: AVVENTURE E SUCCESSI DI ARMANDO BENATO

L’eccellenza italiana in Thailandia nella produzione di statue in bronzo

di Simone Cattaneo

Armando Benato nella sua fonderia con uno dei suoi dipendenti
Armando Benato nella sua fonderia

Armando Benato vive da molti anni in Thailandia, dove è il manager della MonzArt, una delle fonderie artistiche più prestigiose del Paese, nella quale realizza spettacolari sculture in bronzo. Quella che raccontiamo è la storia della sua vita, di artista e imprenditore.

Esistenza travagliata quella di Armando Benato, lombardo purosangue, 76 anni portati con vigore ed entusiasmo, dei quali oltre venti vissuti fra Italia e Thailandia. Esistenza, la sua, scandita da successi e insuccessi, delusioni e riconoscimenti, creatività artistica e lavoro sodo con il fuoco, la cera, il bronzo per dare vita a grandiose sculture di arte sacra e non solo. Un’esistenza che potrebbe fare da trama a un romanzo.

Responsabile della Monzart Bronze Benny Line (www.monzartbronze.com), oggi Armando Benato si trova alla guida di una delle fonderie artistiche più importanti non solo dell’Asia ma del mondo, grazie alla realizzazione – sempre puntuale e altamente professionale – di qualsiasi richiesta. Dalla fabbrica, con oltre 100 dipendenti, 4.500 metri quadri di fabbricato su un’area di 16.000 metri quadri e una tecnologia di prim’ordine, le sculture della Monzart vengono esportate – e apprezzate – principalmente in Italia, Germania, Canada, Israele, Stati Uniti e Australia.

Spiega Armando Benato: “La nostra unicità consiste nel realizzare fusioni a cera persa, col metodo ceramico, riproducendo nei minimi dettagli qualsiasi superficie, anche di grandi dimensioni. Con i forni a induzione riusciamo a ottenere prodotti di altissima qualità, con una piccolissima percentuale di emissioni di fumo. Il rispetto dell’ambiente è una delle nostre priorità: siamo infatti dotati di filtri e impianti di purificazione di ultima generazione, in accordo con le norme anti-inquinamento”.

La storia di Armando Benato parte dell’Italia, anno 1982, quando gestiva una fonderia a Milano e un’azienda di rifinitura di bronzi a Monza, vicino al capoluogo lombardo. In quell’anno, una notte, a causa della rottura di una cinghia, un aspiratore di fumi si bloccò e dalla fonderia si librarono nell’aria fumi che spaventarono il vicinato.

L’incidente provocò una sorta di rivolta della gente della zona che si rivolse ai vigili chiedendo con una petizione la chiusura della fonderia. Armando Benato spiegò che si era trattato solo di un incidente, ma la petizione venne accolta e i vigili comunicarono ad Armando che la fonderia doveva chiudere entro 6 mesi. Una di quelle decisioni che fanno dell’Italia un Paese assolutamente anomalo.

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Statua in bronzo

Per Armando Benato fu un colpo durissimo, anche perché doveva restituire il denaro utilizzato per ristrutturare la fonderia. Deluso e indebitato, in quel periodo difficile della sua vita, Benato si lasciò convincere da alcuni amici a prendersi un periodo di svago e partire per una vacanza in Thailandia.

“A Bangkok avevamo scelto come albergo il Royal Orchid Sheraton vicino al Chao Praya”, ricorda Armando. E mentre i suoi quattro amici si dedicavano a perlustrazioni turistiche e svaghi effimeri lui, poco lontano dall’albergo, aveva scoperto un negozio che vendeva statue di bronzo. Quel negozio catturava tutto il suo interesse. “Mi resi conto che esistevano fonderie anche in Thailandia e, considerato che in Italia mi impedivano di lavorare, mi dissi: perché non provare a fare il mio lavoro qui?”.

Entusiasta e determinato, mentre i suoi amici bighellonavano e gozzovigliano, lui cominciò a cercare opportunità di lavoro e fonderie da visitare. “Fu proprio allora che, in un negozio, mi capitò di conoscere un cinese con il quale discutemmo della possibilità di aprire una nuova e nostra fonderia”, ricorda Benato sorridendo. “Più che discutere sembrava una commedia: io conoscevo poche parole d’inglese, il cinese forse ancora meno di me e ci esprimevamo a gesti”.

Conclusione dell’incontro? Il cinese gli propose di costruire una fonderia al prezzo di 20 milioni di lire che Armando, nonostante la difficile situazione economica, si fece spedire dall’Italia. Del resto, come dice il proverbio, chi non risica non rosica. Tornato in Thailandia dopo circa un mese, trovò a Samut Sakhon un capannone con la fonderia già pronta. Nel viaggio si era portato con sé 150 kg di modelli, ovvero stampi per sculture artistiche in bronzo. Il lavoro sarebbe stato fatto in Thailandia, ma la qualità delle opere doveva rimanere la stessa e ad Armando spettava l’ispezione e il controllo di tutte le statue pronte per la spedizione.

“In quegli anni, dall’Italia e un po’ da tutta Europa, i grossi ordini non mancavano e noi, dopo 3 mesi, eravamo pronti a produrre”. Nel giro di poco tempo il primo container con 200 statue era pronto per essere esportato e venduto in Italia. Con margini di guadagno assai diversi rispetto a quando operava nel suo Paese. Un esempio?

“Una Pietà di Michelangelo dalle dimensioni di 70 cm, la cui produzione in Italia sarebbe costata 700.000 lire, nella nostra fonderia in Thailandia costava 300.000 lire”. Con costi bassi di produzione e prezzi di vendita invariati, i guadagni non tardarono ad arrivare.

Collaborando con quel cinese, che si chiamava Mr. Bing, nel giro di due anni Armando Benato era riuscito a pagare il debito che ancora aveva in Italia. La collaborazione con il cinese e la produzione nella fonderia di Samut Sakhon, dove uscivano prodotti grezzi che venivano poi rifiniti nella fabbrica di Monza, durò fino al 1992, con Armando che si divideva fra Thailandia (dove viveva circa 8 mesi l’anno) e Italia.

Dopo l’esperienza con l’imprenditore cinese, Armando Benato trovò un altro socio, questa volta thailandese, e trasferì la fonderia a Bang Pa-in. Ma il socio thai non aveva gli interessi artistici e le ambizioni che coltivava Armando. Resosi dunque conto della necessità di un rinnovamento, Armando decise di trasferirsi a Chonburi, dove prese in affitto un terreno per costruire un’altra statue (1)fonderia. Anche questa esperienza non si concluse nel migliore dei modi e dopo pochissimi anni Armando si trovò costretto ad abbandonare il progetto, lasciandosi alle spalle materiali, terreni e altro ancora, perdendo molti soldi.

Come spesso si dice, non tutto il male viene per nuocere. Durante l’esperienza a Chonburi, Armando Benato trovò infatti nella segretaria dell’azienda la persona che sarebbe diventata la sua compagna di vita e che presto diventò sua moglie. A quest’ultima intestò un terreno che aveva comprato a Rayong, in Ban Chan, dove decise di costruire una nuova fonderia (che sarebbe divenuta l’attuale MonzArt). Assistito dalla moglie, che aveva studiato per diventare avvocato, le cose cominciarono ad andare per il verso giusto. Insomma Benato, che già aveva tagliato i ponti con l’Italia e nel 1998, con la morte della moglie italiana (che Armando ricorda con grande affetto), aveva chiuso la fabbrica di Monza, in pratica ricominciò da zero. E decollò verso il successo.

Bella storia, vero? Evidentemente tutte quelle sculture sacre in bronzo, da lui concepite e realizzate, in qualche modo gli hanno portato fortuna. Anche se, fra le opere di maggior prestigio di questo scultore-imprenditore con l’energia di un ragazzo spicca una targa di 10 metri con un bassorilievo in bronzo del re Bhumipol che suona il sax. Del resto, nell’arco di tutti questi anni, la Thailandia ha profondamente segnato l’esistenza travagliata di Armando Benato. Un uomo, una storia. Una bella storia.