SPAGHETTI HOUSE

di Massimo Morello

CaptureMetti una sera a cena a Udon Thani, nel nord-est della Thailandia, una cinquantina di chilometri dal confine con il Laos. Attorno ai tavoli sul marciapiede del Little Italian Restaurant, gli habitué, tutti italiani che vivono qui, si scambiano pettegolezzi. I connazionali di passaggio sono accolti con piacere e sorpresa: non molti vengono sin qua. L’ultimo arrivato, però, non riesce a fraternizzare. Forse perché ormai da troppi anni vive in Germania, lavora alla Volkswagen, e parla un italiano un po’ difficile da capire. O forse qui non apprezzano troppo quel che vuol dire.

«Dov’è che si può gòdere qui?» chiede.

«Puoi correre dove vuoi, il posto migliore è attorno al lago» gli risponde uno dei ‘locali’, un toscano. «Fai attenzione, però: rischi un colpo di caldo».

L’altro lo guarda perplesso. «Caldo? Per gòdere?»

«Voleva dire godére, non correre» interviene uno da un tavolo vicino, risolvendo quella surreale conversazione. È un ex professore di filosofia e riprende subito a chiacchierare col suo commensale, un ex professore di matematica. Il tema della serata è il marxismo, la mafia e la questione meridionale.

«Allora basta che chiedi di farang street. Quando sei arrivato, lo capisci» si corregge il toscano sbrigativamente. Non gli piacciono troppo i farang, gli stranieri come li chiamano in Thailandia, in cerca di sesso facile. Lui con una thai ci si è ‘sposato’ (nel senso che vivono assieme e usa quel termine soprattutto per gratificarla), la porta con sé quando torna in Italia e ripete ‘mi piace la mia donna’.

La farang street, a pochi isolati di distanza, è una strada intersecata da alcuni soi, piccole vie traverse, in cui si aprono bar, pub, sale massaggio, per lo più di proprietà di australiani e americani. Udon Thani ha avuto il suo momento di gloria durante la guerra del Vietnam, quando ospitava una grande base militare statunitense. I B52 partivano da qui per bombardare il nord del Vietnam. Molti dei farang che s’incontrano in quella strada, con una birra davanti sin dal mattino, lo sguardo assente, quasi da stress post-traumatico, sembrano reduci di quella guerra. E se non lo sono, fanno di tutto per apparirlo, nei tatuaggi e nell’interloquire, una sequenza di bloody, fuck, fucked.

«Gli americani sono venuti qua a sposarsi le figlie delle donne che si erano scopate durante la guerra» commenta Alberto, il proprietario del Little Italian. Il suo è un giudizio brutale ma sincero e realistico. Udon e in generale tutto l’Isaan si sono popolati di occidentali sui cinquanta, settant’anni, in cerca di compagnia più o meno stabile. È la regione più povera della Thailandia e la maggior parte delle ragazze dei bar e dei bordelli di Bangkok e delle località turistiche proviene da qui. Così, quando agganciano un farang, se riescono a convincerlo che ha trovato la donna dei suoi sogni, quella che si comporta come le donne dei bei vecchi tempi, spesso lo convincono anche a trasferirsi nella loro terra d’origine, dove potranno vivere bene spendendo poco. È per questo che nell’Isaan ci sono circa undicimila occidentali. «Ci sono villaggi composti quasi del tutto da case comprate da stranieri per le loro signore thai» dice Phil Nicks, autore di Love Entrepreneurs: Cross-Culture Relationship Deals in Thailand. In effetti, in Isaan s’è creata una vera e propria economia parallela e le società immobiliari come l’Udonproperty fanno affari vendendo case e piccole imprese. C’è un bar a circa 7000 euro, un bar biliardo a 16.000 e una fabbrica d’acqua minerale a 120.000.

«Per avviare un’attività commerciale bisogna intestarla a una thai» precisa in perfetto inglese Nung, la ragazza dell’agenzia. «Gli uomini, molti pensionati, sono insoddisfatti della loro vita in Occidente e cercano un’altra opportunità, una seconda giovinezza di sesso e affetto. Per le donne thai è diverso, generalmente non pensano all’amore ma agli affari. È questione di soldi, soldi, soldi. E poi, unendosi a un farang, migliorano il loro status sociale». Senza contare che in questo modo possono assicurare un certo benessere a tutta la famiglia: padre, madre, fratelli e sorelle, figli di precedenti unioni, a volte ex e non ex mariti. «In Thailandia, quando ti sposi, sposi tutta la famiglia, a volte tutto il villaggio» spiega Niks.

«In Isaan le donne devono sistemarsi entro i 35 anni. Se no sono rovinate, abbandonate a se stesse. Come quella che raccoglie i cartoni nel soi» dice Alberto indicando una vecchia – ma magari ha poco più di quarant’anni – che sta frugando tra la spazzatura nel vicolo di fronte al ristorante. «Per gli uomini, tutto sta a capire perché uno è venuto qua: per il piacere di starci o per il potere che si acquisisce». Alberto sta qui perché gli piace. «Sono in vacanza permanente. Ma faccio cose. Cucino, insegno thai ai farang (lo parla disinvoltamente, e afferma di averlo imparato leggendo due volte tutto il dizionario), inglese e italiano ai thai, pianoforte a tutti. Faccio quello che mi piace. È una vita tranquilla, senza stress». La sua vita precedente è stata piuttosto movimentata. Ex paracadutista, pilota, calzolaio ortopedico, ha girato per tutta Europa, messo su famiglie, fatto figli. «A 50 anni ho deciso: me ne vado. Sono arrivato che ero vecchio, adesso sono ringiovanito di dieci anni». Adesso ha 62 anni e la sua attuale moglie 33. Lei vorrebbe un figlio, lui non è convinto. Non per un fatto d’età, ma di problemi culturali. Secondo lui nell’Isaan non se ne curano troppo, li affidano ai nonni, li considerano più dei cuccioli che dei bambini.

SPAGHETTI HOUSE
Khon Khaen

A questo punto tra Alberto e il suo amico toscano si apre un dibattito sui figli, le donne, la vita da espatriati. È quasi ironico, considerando la fama nazionale: in un contesto come quello dell’Isaan, gli italiani sono i meno volgari tra gli espatriati occidentali, hanno più rispetto per il paese dove hanno scelto di vivere e la sua gente. Si riferiscono ai thai come ‘brave persone’. Attorno a quei tavoli dalle tovaglie a quadretti, un discorso che potrebbe facilmente prestarsi a beceri sottintesi, scivola su temi più impegnati.  I due professori, poi, colgono l’occasione per un paragone storico-culturale tra il Meridione d’Italia e l’Isaan. E Alberto regala un ossimoro che definisce perfettamente il senso della cultura asiatica: ama il suo ‘caos ordinato’.

Mentre si parla, intanto, Alberto ha passato gli ordini in cucina. Che si trova nel palazzo di fronte, nel suo appartamento, dove la moglie è ai fornelli. Comunicano via walkie-talkie e quando i piatti sono pronti lei lo chiama. L’unico problema è che gli spaghetti alla carbonara arrivano tiepidi, nonostante la pellicola di plastica che Alberto ci ha messo sopra. Ma non importa, si vien qui per stare in compagnia. Ristoranti come questo sono baan-spaghetti, tanto per usare un’espressione mista come le coppie dei proprietari. In thai baan significa casa, villaggio.

Franco, invece, non crede troppo nel senso della piccola comunità, è un po’ critico nei confronti degli italiani espatriati: non dimostrano particolari capacità imprenditoriali. «Io non faccio il ristoratore. Io faccio un altro tipo di business» precisa. E lo dimostra anche con la scelta del luogo di residenza, Khon Kaen. «Molti italiani in Thailandia nemmeno sanno dov’è. Eppure è la prima città universitaria dopo Bangkok» dice. Per quel che lo riguarda, è soprattutto il centro politico e commerciale dell’Isaan, quello su cui si stanno concentrando le sovvenzioni del BOI, una sorta di “Cassa del Mezzogiorno” thai.

Franco ha messo in piedi un laboratorio di pasta fresca: “Tom Lasagna”, nome ital-thai che deriva da tom, che in thai significa zuppa, bollito. «Tutta pasta fresca surgelata: in questo modo le penne si cucinano in quattro minuti. Sono prodotti di qualità medio-alta. Olio, parmigiano, vino: è tutto italiano. Anche il nero di seppia è italiano: costa 50 volte di più del locale, che però non è pastorizzato. I miei prodotti sono tutti certificati» dice Franco, mostrando con orgoglio il suo laboratorio: pulito, moderno. «Ho trovato anche la patata giusta per fare lo gnocco piemontese, viene dalla Cina». Per la qualità dei prodotti, Franco si è fatto una discreta clientela. Vende soprattutto a ristoranti e alberghi dei grandi centri turistici. Recentemente ha firmato un contratto con una catena di supermarket. Come se non bastasse, ha progettato una versione dal design pop dei tradizionali banchetti thai che vendono cibo per strada. È destinato a una specialità di sua invenzione: il Plinkrapao, ossia il plin, il raviolo piemontese, ripieno di krapao, misto di basilico e pollo o maiale saltati in padella che è l’ingrediente base dei più diffusi piatti thai. Un’idea che intende proporre in franchising in tutto il paese.

«Mi sono messo in quest’avventura perché quando sono arrivato non c’era roba da mangiare per i farang. Sono dimagrito 13 chili. La pasta fresca ho imparato a farla da solo: ho buttato via tanta di quella farina…». Secondo Franco il cibo è alla base dei problemi nazionali. «Mangiano sempre som tam (insalata piccantissima di papaya verde e gamberetti secchi) che non gli dà niente al cervello. D’altra parte, con questo clima e con quello che cresce, possono dormire tutto l’anno, senza lavorare troppo». In questo senso, Franco mette assieme gli stereotipi sui thai, non famosi per il loro attivismo professionale, e sugli italiani, che sembrano non potersi adattare ad altro cibo che non siano spaghetti. Ma bisogna dargli ragione almeno su una cosa: la cucina dell’Isaan è un po’ ostica per i gusti occidentali. La specialità locale sono gli insetti fritti. Fino agli anni ’90, la regione era talmente povera che rappresentavano un fonte di proteine a basso costo, mentre oggi sono considerati uno stuzzichino. Il sapore è nascosto da una pesante frittura, dal glutammato di sodio e salse molto piccanti, al palato si avverte soprattutto il senso del croccante.

A parte il mangiare, Franco non sente troppo la mancanza dell’Italia. «Non ho rimpianti. Solo dispiacere. Mi dispiace essermene dovuto andare. Ma sono stato costretto, mi sono detto: il mio cervello ai dipendenti non lo regalo». Torinese, 55 anni, Franco dichiara senza imbarazzo di aver aperto ‘il primo albergo a ore ufficiale di Torino’, che adesso è l’oggetto del contendere con la sua compagna italiana che ha la proprietà della licenza. Si è stabilito in Thailandia nel 2003 e ha seguito in Isaan la sua nuova donna. «La mia moglie thai vale circa duecentomila baht (circa 5000 euro): è quanto ho dovuto dare alla sua famiglia. È tanto, ma è di un buon ceto sociale. In Italia, alla fine, è lo stesso, solo che lo chiamiamo amore» dice Franco. Secondo lui il maggior pregio locale è proprio la mancanza d’ipocrisia, la sincerità a volte cinica. «La regola è: vivi e lascia vivere. Noi in Italia troviamo tanti difetti negli altri. Qui si chiamano diversità».

«Qui con trenta baht (poco meno di un euro) ti compri un chilo di vongole. E ti fai un piatto di spaghetti con un chilo di vongole» dice Francesco con l’aria di chi già pensa a mangiarli. «Ma poi ti rendi conto che non basta, che anche qui non è così facile». Francesco, 46 anni, di Montoro Inferiore, tra Avellino e Salerno, vive a Ubon Ratchathani, all’estremo orientale dell’Isaan, vicina ai confini lao e cambogiano. Anche lui c’è arrivato seguendo una thai. Solo che non l’ha incontrata in qualche bar, ma a Londra. «Avevo un ristorante a Soho, ma dopo la crisi del ’90 la situazione era sempre più difficile e la gente non era più come quand’ero arrivato, oltre vent’anni fa. Ero incerto e stanco. Ho venduto bene il locale e sono venuto qua. Mi ci trovo bene, si vive bene».

Il suo ristorante, Spago, è un locale pulito, tenuto molto bene, apprezzato dalla neo-borghesia locale. Ubon, infatti, è un altro centro del boom dell’Isaan. Sembra espandersi sul modello della provincia americana: strade lunghissime delimitate da una quinta di centri commerciali e concessionarie d’auto. Anche per questo Franco ha grandi progetti. Ha comprato terreni nelle aree si sviluppo e vorrebbe costruire un piccolo albergo. Pensa anche di aprire un chiosco di pizza al taglio in un nuovo, moderno mercato. Se avrà successo, ne aprirà altri in città e poi forse anche altrove, magari a Bangkok.

«I problemi maggiori sono con il personale. In un anno e mezzo ha cambiato cento cameriere. È come nel sud d’Italia cinquant’anni fa: pensano al sole, al mare e alla fantasia». Considerando le sue origini, suona quasi come una nemesi. Ma lui non deve fare i conti con l’articolo 18. Mentre il personale non può consolarsi al mare, lontanissimo. «Ecco perché molti stranieri restano delusi: pensavano di venire qui e vivere da ricchi, far lavorare gli altri al posto loro, invece è vero il contrario». Nonostante i problemi, però, a tornare indietro non ci pensa proprio. «L’Italia non mi dà speranze e nemmeno l’Europa. Intanto, almeno per i prossimi vent’anni, la Thailandia resterà un posto dove puoi stare tranquillo, crearti un futuro».

Il bus da Ubon per Bangkok è affollato di ragazze.

SPAGHETTI HOUSE«Hai moglie?» chiede una.

«Sì».

«Una mia noi?» chiede ancora, riferendosi alla ‘moglie minore’, l’amante che in Thailandia è una sorta d’istituzione.

«No».

Sorride tranquillizzata. «A Bangkok posso stare da te?»

Per troncare il colloquio mi concentro sull’iPod. Lei sbircia sopra la mia spalla. Vede sul display l’immagine di Jennifer Lopez.

«Tua moglie?»

«Sì».

«Capisco» dice, come se quell’immagine spiegasse la tua reticenza. Ma è perplessa: una donna così con uno come te?

Prima di scendere mi dà il suo numero di telefono. «Quando ti lascia, fammi uno squillo» dice, come prendendo atto di un evento ineluttabile.

Ecco come cominciano molte storie.