ORIENTALISMI: SPACCHI E BACCHETTE

di Massimo Morello

 «Ma perché molte donne occidentali appena mettono piede in Oriente si sentono in obbligo a indossare l’ao dai? Oltretutto ci vuole… “le phisique du role”» dice un’amica indicando una signora in sovrappeso che fa il suo ingresso in un ristorante di Bangkok. L’ao dai è il tradizionale abito vietnamita dai profondi spacchi laterali. Nell’immaginario orientalista è divenuto il simbolo del fascino esotico. Un po’ come il cheongsam, il classico abito femminile cinese (conosciuto anche come qipao), creato nel periodo della dinastia Qing. Ma la storia, la collocazione geografica, per non parlar del fisico, non contano. Indossare un abito del genere, anche fuori contesto, è un modo di affermare la propria presenza in un Oriente immaginario e immaginato. Il che accade, seppure in forma meno ridicola, per gli uomini che, appena messo piede in qualunque luogo a est di Suez, indossano abiti simili a quelli di un maestro di tai-qi.

Per lo stesso, orientalistico motivo, molti viaggiatori, anche in un ristorante thai, chiedono immediatamente di avere le bacchette. È il modo di far capire e vedere che non si ha a che fare con sprovveduti “turisti”. Che i thai mangino con forchetta e cucchiaio (a meno che non si trovino in un ristorante cinese) è del tutto ininfluente. Probabilmente, ai viaggiatori occidentali appare come l’ennesimo, malefico effetto della globalizzazione.

La richiesta di bacchette diviene ineffabile quando il nostro viaggiatore pretende di utilizzarle per mangiare il khao niaw, il riso glutinoso, specialità del Laos diffusa anche in Thailandia. Data la sua consistenza (come suggerisce la sua definizione inglese, “sticky rice”, riso appiccicoso), con le bacchette è quasi impossibile servirsi, se non in grossi grumi. Meglio, da tradizione, con le mani.