L’inverno sta arrivando

 

L’inarrestabile declino del turismo sessuale in Thailandia

di Massimiliano Brancato

Ci si chiederà perché mai scomodare l’arcinoto motto di casa Stark dell’arcinota serie “Il trono di spade” parlando peraltro di un Paese che, per sua fortuna, non ha mai conosciuto i rigori dei lunghi inverni di altre latitudini. E infatti non è certo dell’inverno ‘climatico’ che vogliamo parlare, ma di quella gelida cappa che sta lentamente, ma inesorabilmente, scendendo su quello che un tempo era il gaudente e variopinto (ma anche desolante e criminale) mondo del turismo sessuale in Thailandia.

So che l’argomento è controverso. Molti degli expat di lunga durata (quelli sopravvissuti) ritengono che il mercato del sesso sia ancora florido, lo ritengono indistruttibile, inattaccabile, immutabile come immutabile è il commercio più antico e forse il più diffuso del mondo. Ma, ohimè, questa certezza cozza con l’evidenza di una certezza superiore: quella della storicità (caducità) cui ogni stagione dell’uomo è soggetta.

I teorici del ‘qua non cambierà mai niente’ non ricordano forse la Shanghai degli anni Venti, o la Singapore degli anni Cinquanta… Ma, cosa forse più grave, non ricordano neanche la Pattaya degli anni Ottanta e quel poco che ne è rimasto oggi. Eppure è sotto gli occhi di tutti il completo cambiamento del paesaggio, sia geografico che antropico, della ‘Extreme City’ negli ultimi anni.

Quando Kobkarn Wattanavrangkul, l’attuale Ministro del Turismo thailandese, ha dichiarato qualche mese fa che la Thailandia avrebbe cessato di essere meta di turisti sessuali e sarebbe presto diventata meta di un turismo di qualità, ha sicuramente colto nel segno per la prima parte della previsione. E quello di ‘eradicare’ la prostituzione diffusa è senz’altro uno degli intendimenti dell’attuale Governo. Ne sono testimonianza i quotidiani episodi di controlli sulle innumerevoli attività legate alla prostituzione quali bar a Go-Go ma anche Massage Parlour, Club privati, Karaoke e quant’altro. Le cronache di Pukhet e Pattaya riportano quotidianamente questi bollettini di guerra. Una guerra che si prospetta senz’altro lunga e complessa, visti gli immensi interessi in gioco, ma i cui esiti sembrano già delinearsi.

Episodi quali l’irruzione al famoso Nataree di Ratchadaphisek Road a Bangkok, con decine di ragazze minorenni arrestate e deportate, decine di funzionari di polizia trovati a “libro paga” ecc. sono solo i fenomeni più rutilanti. Ma in realtà le attività di controllo sono capillari, sia nelle località più note, sia nelle più remote province thailandesi. È intenzione del Governo rivedere la Legge sulla prostituzione, che molti ritengono troppo blanda e difficilmente applicabile, e questo renderà più facile il cammino verso la chiusura dei locali ‘dedicati’.

Già da ora molte attività di ‘entertainment’ iniziano ad abbassare le serrande in via definitiva. Eccessivi controlli, chiusure forzate nelle lunghe festività religiose, orari di apertura limitati stanno rendendo queste attività sempre più rischiose e meno remunerative.

Ma non ci sono solo le istituzioni governative (nazionali e internazionali) impegnate in questa guerra. In realtà l’avversario più temibile del turismo sessuale in Thailandia è il suo enorme successo passato: il modello tradizionale di una prostituzione ‘stracciona’, a buon mercato, ingenua, naïve, esotica. Tutto ciò che ha portato al boom degli arrivi di voli per soli uomini che si riversavano a frotte sui lidi thailandesi, ebbene, è ormai solo un pallido ricordo, un mito che vive solo in qualche non aggiornata pagina web, in qualche nostalgico diario, ma niente di più.

L’enorme giro di affari generato negli anni Settanta-Novanta ha portato a 123.530 ‘sex-worker’ (dati UNAIDS da rivedere per difetto), a un fatturato che sfiora i 6.4 miliardi di dollari, a una economia sommersa che in Thailandia è tra le più estese del mondo, pari al 40.9% del PIL reale nel 2014. Ma questo successo ha modificato nel profondo l’originaria ‘naïveté’’ del turismo sessuale thailandese, lo ha ricoperto d’oro e professionalizzato. Oggi una ‘free lance’, una ragazza che si prostituisce nelle ore libere, può dichiarare tranquillamente di guadagnare fino a 500,000 Baht al mese (sic!) con una media di 7,000 baht a ‘prestazione’ (PattayaOne del 30.6.2016). È chiaro che questa lievitazione dei prezzi ha allontanato buona parte dei ‘vecchi clienti’ di fascia bassa, che costituivano il grosso dell’esercito dei turisti sessuali ‘farang’. In altre parole, l’offerta sessuale thailandese si è modificata strutturalmente, si è banalizzata e ‘de-esoticizzata’, e ha raggiunto i costi standard occidentali.

E basta scorrere le statistiche degli arrivi turistici per capire che la prima parte del programma di Kobkarn Wattanavrangkul si sta già attuando. Il grosso degli arrivi, infatti, non sono più i single euro-americani in cerca di conforto, ma torme di cinesi in viaggi a prezzi stracciati (e questo non lascia ben sperare che la seconda parte del progetto Wattanavrangkul si realizzi) e famigliole russe in cerca più di facili business d’accatto che di improbabili avventure sessuali esotiche. A popolare le decadenti nottate di sesso e trasgressione di Pattaya restano bande di indiani, pakistani, arabi e altre bizzarre etnie: clientele che risultano assai meno appetibili per le gioiose fanciulle ‘under coconut trees’ del lungomare di Pattaya.

“Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo”, recita l’Ecclesiaste (3,1). E il tempo d’oro del turismo sessuale thailandese sembra volgere definitivamente al tramonto. Ovviamente il mercato del sesso non finirà con esso, ci mancherebbe, ma cambierà luoghi. E già molte ragazze thai iniziano a ‘emigrare’ verso le nuove mete (il Vietnam forse? Chissà…). Poiché “Ciò che è, già è stato; ciò che sarà, già è” (Ecclesiaste 3,15).

 

Antropologo, archeologo, geografo. Direttore della rivista “InThailandia”. Residente in Thailandia dal 2002 dove ha approfondito i suoi studi sulle società del sudest asiatico.