Lettere dal Carcere

Giorgio Lembo è stato arrestato a Chon Buri, dopo essersi presentato all’Immigration per il rinnovo del visto. È stato successivamente rinchiuso nelle carceri di Pattaya per quasi due settimane.

Di seguito, una lettera indirizzata a Padre Giovanni Contarin, che lo ha aiutato ad uscire di prigione e a risolvere la complessa situazione con le Autorità thailandesi.

“Caro Giovanni, finalmente sono uscito dall’incubo!  Certo, grazie a te, e io non cesserò mai d’esserti grato, perché’ hai agito da Padre e da amico, salvandomi da una situazione impossibile, insopportabile, disumana, degna dei film dell’horror, dove la coscienza preferisce spegnersi per non subire la tortura fisica e soprattutto psicologica, immerso in un ambiente che tu hai visto solo nei documentari sui crimini nazisti o sulle torture subite dai negri africani durante i due secoli di tratta degli schiavi: legati ai piedi da pesanti catene, sdraiati gli uni sugli altri nelle stive roventi e maleodoranti, senza cibo e acqua (dovevi fare la fila nel cortile per procurartela nel breve tempo che ti era concessa, ed era del rubinetto, calda e probabilmente non asettica), docce fredde due volte al giorno per pochi secondi, segnalati dal fischietto del guardiano di turno, 90 persone alla volta: 10 secondi per insaponarti, un breve intervallo, poi atri 10 secondo per sciacquarti. Tutti nudi, non posso dire come vermi perché’ questi in natura sono rosei, mentre i thailandesi (la stragrande maggioranza dei carcerati) sono di pelle scura e il sesso nerissimo, spesso deforme con escrescenze varie, che forse loro ritengono attraente ma fanno uno schifo rivoltante.

Appelli continui e improvvisi: dovevi metterti in fila col tuo gruppo in pochi secondi, stare all’in piedi o seduti a terra; fare la fila per ottenere una bottiglia d’acqua e comprare allo spaccio (c’era tutta una procedura da seguire preventivamente ma io l’ho trascurata); dire le preghiere thai stando in fila o inneggiando alla famiglia reale, cantando un inno.

Mille reclusi che camminano nudi per il cortile, scherzano, giocano a pallavolo o a calcetto, mescolati a ladyboy con tanto di tettone che fingono pudore e lanciano gridolini di compiacimento, muovendosi in passerella con movimenti curvilinei molto pronunciati, il sorriso sulle labbra protese ad apparire sensuali, pose morbide e sinuose, tutte (o tutti?) rasate a zero, palpate da chiunque si trovi a passare, dileggiate dai guardiani. Alcune mi rivoltavano, altre mi facevano pena, specie una molto timida e giovane, dal viso veramente tenero e femminile, un corpo discreto di fanciulla che appena arrivata con me davanti al primo aguzzino si è vista apostrofata da un energumeno thai, capo della situazione, che si è calato i calzoncini e, mostrandole un sesso tutto brozzoloso di escrescenze varie, l’ha invitata a palparlo e glielo ha sbattuto sul muso mentre la derelitta cercava di sfuggire a quel brutale amplesso.

Tutti a dormire, dalle 16 del pomeriggio alle 8 di mattina (16 ore di fila!) sul nudo pavimento, in dotazione solo un copertino sottile per evitare il freddo contatto della ceramica bianca, l’uno a fianco all’altro (non uno “accanto” all’altro, ma girato su un fianco, ‘sì da mettere due corpi al posto di uno, senza potersi girare di lato, senza poter stendere le gambe perché c’era un altro corpo che te lo impediva o interferiva prepotentemente col tuo istinto di distendere gli arti. Per alcuni le perenni catene ai piedi (credo i più facinorosi), tre chili da trascinare camminando, sospese all’inguine da un filo proveniente dalla cintura, in modo da consentire un breve passo alternando la gamba destra con la sinistra. 

Tutti, escluso solo lo scrivente, fumavano sigarette fatte con la cartina e un tabacco puzzolente e soffocante. La puzza di un indiano che mi stava aderente, preferivo alzarmi e andare a sedere sul gabinetto che ci sovrastava di un metro, costruito in muratura, che occupava un terzo dello stanzone (che avrebbe dovuto ospitare 165 persone, ma che in pratica ne stipava molte di più): nove notti sempre insonni.

Insetti che camminavano tra le coltri e i corpi distesi provocandoti piaghe, infezioni e allergie. Alcuni ospiti che mangiucchiavano, ridevano e giocavano con violenza e urlavano. I detenuti anziani in disparte e molto più comodi, con maggiore spazio per dormire sopra due baldacchini di metallo posti ai due lati dello stanzone, due soppalchi donde dominavano la camerata e lanciavano ordini a noi miserabili che dovevamo obbedire senza fiatare, dileggiandoci fra le risate di tutti per l’umiliazione che c’infliggevano. Noi eravamo “farang” e finalmente essi si prendevano la rivincita sulla loro miseria e soggezione economica. Io ero il più anziano, al mio fianco per solidarietà un americano trovato alla guida con un tasso alcolico sufficiente per arrestarlo e sbatterlo dentro, molti russi giganteschi e forti, indiani, pakistani, iraniani, un vietnamita. La media d’età tra i 20 e quarant’anni, tutti giovani e coriacei, corpi scuri e muscolosi di chi lavora materialmente.

Io con l’americano, che una volta è venuto alle mani col carceriere che gli ordinava di scendere dal gabinetto (uno dei tre buchi rialzati che stavano alle mie spalle), preferivamo passare la notte in bianco seduti sull’orlo dei gabinetti, aspettando il mattino con gli occhi che si chiudevano, con il rischio di precipitare in basso tra la folla dei corpi distesi, per cui dovevi stare comunque all’erta.

Le prime due notti di reclusione trascorse nella prigione di Nongprue, da solo, senza neppure una sedia, sdraiato per terra tra il piscio e la merda e il fetore degli escrementi. La seconda notte nella cella adiacente alla Criminal Court, tra uomini in catene. Nessun contatto coi parenti, nessun cibo oltre a quella mezza ciotola di riso insipido e acquoso, freddo e nauseante. Nessun medicinale consentito, abbandonato senza nulla sapere del tuo prossimo destino.”