GLI ZINGARI DEL MARE

Il misterioso popolo sopravvissuto alla tragedia dello Tsunami

di Beppe Bonazzoli

tipica abitazipone Moken


L’antica storia dei moken

Senza nomi, senza documenti, senza nazionalità, ma abilissimi subacquei e pescatori, vivono sulle rive o sulle barche, spostandosi continuamente. I governi del Sud Est Asiatico e soprattutto della Thailandia vorrebbero integrarli, ma non è così facile.

Per gli antropologi rappresentano un enigma: ancora oggi nessuno sa da dove vengono né come si sono spostati nel corso dei secoli. Si sa però dove trovarli: in Thailandia sulle coste del mare delle Andamane, sulle isole dell’arcipelago Mergui nel sud della Birmania, in Malesia e in molte isole del Borneo. I moken (moor-gan), conosciuti in Thailandia come chow lair (popolo del mare) in Birmania selong o anche salon sono gli zingari del mare, ufficialmente riconosciuti come uno dei pochi gruppi umani che vive essenzialmente in mare, senza radici con la terra. Un’etnia nomade che naviga da tempi antichissimi nel Sud Est Asiatico su imbarcazioni di legno, fatte a mano, chiamate kabang. I racconti coloniali li dipingono come i pirati che depredavano i traffici nello stretto di Malacca.

Stanziali solo con le piogge

Si stabiliscono sulla terraferma solo nella stagione dei monsoni, per il resto dell’anno vagabondano fra le isole più ricche di pesce fregandosene di governi e confini, vivono di pesca e raccolta di molluschi e crostacei. I moken sono subacquei eccezionali in apnea: riescono a scendere fino a 20 metri di profondità portandosi in spalla un lungo tubo di gomma per pendervi aria. Lo studio di un’università svedese ha evidenziato come, sott’acqua, la visibilità dei bambini moken sia doppia rispetto a quella dei bambini europei.

Gli zingari del mare hanno sempre vissuto in maniera quasi primitiva, lavorando il necessario per procurarsi il pesce che barattano per pagarsi il carburante e le barche, il riso, i vestiti e gli attrezzi in ferro, ma tralasciando altre attività. Piccoli, tarchiati, dal colore brunito che li fa somigliare agli indonesiani, sono timidi, riservati, vulnerabili. Le donne – più grasse rispetto alle orientali filiformi – sono apprezzate per le stuoie che producono intrecciando foglie di pandanus. Non possiedono una lingua scritta, si sposano fra loro e condividono lo stesso forte sentimento di comunità e solidarietà. Per il loro carattere nomade e l’assenza di censimento i moken non hanno mai avuto vita facile.

Sfruttati da tutti

scuolabus locale

I mercanti cinesi li hanno sfruttati rendendoli dipendenti dall’oppio e, negli ultimi decenni, sia le Autorità thai che quelle birmane hanno provato a confinarli in parchi nazionali come attrazione per i turisti. La Thailandia ne ha contati 12 mila (in tutto pare non arrivino a 20 mila), spesso li imprigiona perché privi di documenti, li obbliga a residenze stabili e a pagare le tasse, non essendo cittadini thai vieta loro di possedere terreni. Molti si sono trasferiti sulla terraferma, in cadenti villaggi di lamiere ondulate e cartoni, l’espansione delle strutture turistiche ha inquinato le acque e reso difficile la pesca costringendo molti giovani a cercare impiego nell’edilizia.

Anche se molti continuano in uno stile di vita tribale, gli zingari del mare sono sempre meno un’etnia libera e anarchica e, inevitabilmente, stanno cominciando a perdere la loro identità culturale. Tant’è che oggi molti campano traghettando i turisti da un’isola all’altra, fabbricando e vendendo souvenir o rifornendo di pesce ristoranti e resort. Alcuni hanno preso le peggiori abitudini dei giovani thai alla deriva, cominciando a rubare o usare droghe. Una delle tradizioni che hanno conservato è la cerimonia del varo della barca: consiste nel lasciare andare alla deriva un modellino di imbarcazione che ha il compito di portare al largo, e lontano, gli spiriti maligni e la cattiva sorte.

Ma i moken erano e restano gente speciale: l’etnia balzò alle cronache quando vi fu il terribile tsunami del 2004. Grazie alla loro antichissima familiarità con il mare riuscirono a intuire i pericoli della marea che si ritirava troppo velocemente, e scapparono sulle alture prima che arrivassero le onde assassine. La furia dello tsunami non ha fatto nessuna vittima fra gli zingari del mare.

Una strana liturgia, fra riti e spiritismo

Nella religione degli zingari del mare non vi è traccia di influenze islamiche o buddhiste, ma alcune usanze derivano dal folklore e dal culto Malay. I moken praticano l’animismo, basato sul culto degli spiriti e delle forze della natura e sulle pratiche sciamaniche. Molta importanza hanno gli spiriti del mare, i cui segnali vengono sempre accolti con attenzione. Un festival in cui si offrono sacrifici agli spiriti si tiene il sesto e l’undicesimo mese del calendario lunare.

Le cerimonie risultano assai complesse, parte del festival prende il nome di Hari Pahdak (giorno della protezione), dove si balla e si beve a oltranza. I funerali vengono celebrati con canti, danze e largo uso di alcol.

In ogni villaggio è presente la ‘casa dello spirito tutelare’, chiamata Rumah Dato o Balai Dato. Queste costruzioni hanno all’interno decorazioni mostrate solo durante le feste degli spiriti, oppure quando vengono richieste dallo sciamano.

Moken_kids near surin islandBanthai May: pesce cotto e mangiato

Bisogna andar fino alla baia di Rawai, punta a sud di Phuket per scoprire uno dei villaggi più tipici (ma anche turisticizzati) degli zingari del mare thailandesi. Banthai May è un pugno di palafitte in riva al mare, tanti bambini e tanti cani, un palazzotto spartano che funziona da scuola, tempio e ritrovo per le riunioni della comunità. Un sentiero in terra battuta corre lungo la riva, con bancarelle dove si vendono collane, braccialetti, oggetti fatti con conchiglie e molluschi.

Ma la parte più suggestiva si trova sul fondo del sentiero: sulla destra verso il mare barche di pescatori espongono casse di sea bass, red snapper, gamberoni giganti, cozze, polipi e seppie, vasche con granchi e aragoste. Sono stati pescati durante la notte. Basta sollevare la branchia per verificarne la freschezza. Lì si tratta il prezzo e si compra il pesce che viene consegnato in sacchetti di plastica. Si attraversa la strada e proprio di fronte, in ristoranti rustici, il pesce viene affidato ad abili cuochi accordandosi su come cucinarlo. Alla brace, in salsa thai, con curry, con le tante varietà di verdura e decidendo il grado di piccantezza. Si pagano cottura e bevande. Il prezzo medio di un pasto con 1 kg di pesce o crostacei non arriva a 10 euro. È un loro modo per campare. I clienti più assidui sono russi, coreani e tedeschi.

Giornalista ed inviato di quotidiani e settimanali da quarant’anni, ha firmato programmi radiofonici e testi televisivi. Ha scritto “I signori della notte”, sul fenomeno della discoteca degli anni ’90 ed “Il respiro sul fiume”, viaggio tra globalizzazione e tradizione lungo le rive del Po. Sta vivendo la terza stagione della sua vita sotto il sole dei tropici.