ELEMENTI DI THAITUDINE

Gli stereotipi sulla produttività thai

di Massimiliano Brancato

Songkran Grachangnetara
Songkran Grachangnetara
Songkran Grachangnetara è un imprenditore di successo, educato alla London School of Economy e alla Columbia University. Un esponente di rilievo della nuova rampante generazione di Thailandesi anglofoni, globalizzati, tecnocraticamente agguerriti, che stanno scalando aggressivamente molte delle posizioni economiche che il vecchio Occidente è costretto ad abbandonare (vedi il recente caso di Mr. Bee e il Milan). Songkran è anche un ottimo editorialista del Bangkok Post e mi ha colpito un suo articolo: Time to redefine Thainess for 21st-century success, pubblicato il 16 maggio 2015. La tesi sostenuta da Songkran è la seguente: la cultura thailandese è molto apprezzata all’estero, ma alcuni elementi della ‘thaitudine’ spingono indietro il paese impedendogli un reale progresso e l’ingresso a pieno titolo tra le società dell’emisfero ricco-evoluto-progressivo.

Se lo stereotipo del sorriso onnipresente e del mai pen rai può anche andare bene per evitare tensioni e smussare angoli, quello che Songkran proprio non digerisce è un’altro dei pilastri della ‘thaitudine’: l’85percentitudine, ossia la convinzione diffusa che un lavoro arrivato all’85% della realizzazione si possa considerare finito, completato. Questa percezione dell’imperfezione strutturale dei lavori (e, quindi, dei lavoratori) in Thailandia è molto diffusa tra gli imprenditori stranieri che vengono a investire in Thailandia. E visto che questo numero della rivista tratta anche delle attività produttive, mi sembra utile approfondire questo aspetto.

I Thailandesi non conoscono la perfezione, a differenza ad esempio dei giapponesi (o dei tedeschi). È quanto sostiene Songkran. Quante volte mi è capitato di ascoltare lamentele di connazionali sull’imperfezione delle opere murarie, idrauliche, elettriche o quant’altro. Insomma, un’altro autentico ‘luogo comune’. Uno degli stereotipi su cui si fondano le (superficiali) conoscenze dei paesi stranieri. Si pensi al nostro paese, spesso ridotto a mafia, spaghetti e mandolino… Elementi che pure fanno parte del nostro panorama, ma che certo non lo esauriscono.

Una prima considerazione, i Thailandesi sono imperfetti e non si crucciano per questo: è assolutamente vero. Un monito ai nostri connazionali che intendono aprire attività in Thailandia: la Thailandia non è (per fortuna, almeno non ancora) la Svizzera, il Giappone o la Germania. Questa ‘imperfezione’ è spesso vista come un elemento negativo nella sfera produttiva. Gli standard di formazione e di lavoro qua sono decisamente meno ‘competitivi’ rispetto ad altre realtà. Ma questa ‘imperfezione’ è parte di ciò che rende la Thailandia un paese gradevole, esente (per ora) dai fenomeni di stress e di ipercompetitività che fa sì che molti Americani, Tedeschi, Svedesi, Australiani ecc. a un certo punto della loro vita decidano di piantare tutto e venire a vivere qua.

Se pensate di trovare in Thailandia un bengodi dell’imprenditoria sul modello basso costo-alta produttività, ebbene vi sbagliate. Cambiate target. Se siete perplessi sui nostri blasonati modelli di sviluppo, ne avvertite le crepe, le criticità e magari volete fare un’esperienza innovativa che potrebbe radicalmente modificare il vostro modo di intendere il lavoro e la produttività, cercando di farli stare in equilibrio con una buona qualità della vita (particolarmente spirituale e interiore piuttosto che materiale), ebbene la Thailandia è il paese che fa per voi.

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Bangkok driver
Aspetto della ‘thaitudine’…

Una seconda considerazione, noi Italiani non apparteniamo alle culture ‘graziate’ dal principio della perfezione e della sua ossessiva ricerca, ciò non di meno la nostra cultura ha prodotto esempi imperituri di ‘perfezione’ artistica, architettonica ma anche industriale, che il mondo intero ci invidia. Poiché è dall’imperfezione che scaturisce la scintilla creativa che porta al genio. I modelli culturali ‘perfetti’ avranno altri vantaggi magari, ma non la genialità. Quindi chi meglio di noi può comprendere e adattarsi nel mondo dell’imperfezione thailandese?

Un’ultima considerazione, mi è capitato di leggere di recente i Racconti yoga e zen di Trevor Leggett. Vi ho trovato un koan dello zen soto: «L’ottanta per cento è perfezione». Leggett spiega il koan nel modo seguente: «Fate le cose bene. Ma non molto bene. Se fate una cosa bene, gli altri la vedranno e penseranno: ‘sì, è un lavoro ben fatto, lo avrei fatto anch’io così’. Ma se il lavoro fosse fatto molto bene, gli altri potrebbero dubitare di essere capaci di raggiungere quel livello. Allora alcuni potrebbero cercare di trovare un qualche difetto in ciò che avete fatto. E se non riescono a trovare un difetto nel vostro lavoro, cercheranno un difetto in voi. Se non riescono a trovare un difetto in voi, se lo inventeranno. E questo gli fa male. Perciò non metteteli in quella condizione».

Inoltre, aggiungerei, l’85% è già più dell’80%.

Antropologo, archeologo, geografo. Direttore della rivista “InThailandia”. Residente in Thailandia dal 2002 dove ha approfondito i suoi studi sulle società del sudest asiatico.