DUCATI MOTOR THAILAND

Marchio, prodotto ed esperienza. Il successo della ‘Formula Ducati’ in Thailandia

di Massimo Morello

13 «Ren jo jo» dice Khun Vijit. «Un sacco forte». Il Signor Vijit viene dall’Isaan, il nord-est della Thailandia. Lavora nella fabbrica della Ducati aperta vicino a Pattaya. Controlla la linea di montaggio del modello Scrambler. Quell’espressione, in puro dialetto Isaan, la usa per due cose. La prima per definire il lavoro alla Ducati, motivo di vanto e di promozione sociale nel suo villaggio, dove non avrebbero mai immaginato che Vijit potesse costruire quelle moto che ogni tanto vedono nei film o nelle soap opera, status symbol degli Hi-So-Thai, i Thai dell’alta società. La seconda per spiegare cos’ha provato guidando la Monster, il modello più noto della storica fabbrica italiana di moto. Un’icona. Per lei ha rafforzato l’espressione: «lang jo jo». Come dire: “energia pura”. Il signor Vijit è convinto e ambizioso: vuole lavorare in Ducati finché sarà vecchio. Ma prima, comprare una Diavel o una Panigale, i modelli di punta.

«Ducati sanuk» dice Khun Wichai. «La Ducati è divertente». Non si riferisce solo all’esperienza di guida, anche per lui su una Monster. “Sanuk”, infatti, non significa solo “divertente” o “divertimento”. Nel senso di “gioia di vivere” è uno dei concetti fondamentali della cultura thai. Il Signor Wichai lo usa in quel senso, riferendosi all’esperienza di lavoro. «Prima lavoravo alla Yamaha. Facevo sempre la stessa cosa, qui ne faccio tante. Qui c’è un rapporto tra manager e operai, là no. E poi vado spesso in Italia, m’insegnano».

«Il rapporto con la tecnica è informazione» commenta Carlos Enrique Serrano Bulto, responsabile della sezione motori, giovane ed entusiasta spagnolo arrivato in Thailandia dopo quattro anni alla Ducati di Borgo Panigale. «E qui vogliono imparare: non si fermano mai alla prima risposta che dai. Stanno prendendo coscienza di quello che rappresenta la Ducati e ne sono fieri. L’unico problema è che vorrebbero lavorare tutti al banco a rulli dove testiamo le moto». È anche per questo entusiasmo che in Ducati Thailand premiano mensilmente le idee più brillanti: un ulteriore benefit per i 150 dipendenti (dati di fine 2014) che godono di condizioni quasi uniche sul mercato del lavoro nazionale, dalla mensa e i trasporti gratuiti, all’assicurazione e con salari superiori alla media.

«L’innovazione tecnologica passa attraverso il Wow Factor» dice Pierfrancesco Scalzo, general manager vendite e marketing di Ducati per l’Asia, che ha seguito sin dall’inizio questa nuova avventura nella lunga storia della Ducati. Una storia, iniziata nel 1926, di tecnologia, bellezza e passione: quel ‘Wow Factor’, il fattore meraviglia, che rende la Ducati qualcosa più d’un marchio. «I brand o sono volatili o robusti. Se il brand è autentico diventa credibile ovunque nel mondo e le persone lo vivono in modo diretto» dice Scalzo. Il segreto di questo successo, secondo ciò che si può definire la 47‘Formula Ducati’, è determinato da tre componenti. Il marchio, a sua volta composto da design, innovazione e tradizione. Il prodotto, che ti conquista perché traduce le caratteristiche tecniche in emozioni. L’esperienza, perché la Ducati accompagna il suo cliente nella sua vita da motociclista. In Asia si è seguita la stessa formula. «Qui siamo partiti dal concetto che è la ragione d’essere della Ducati: una magia. Qui si sta ricreando la magia che doveva esserci nei primi giorni della Ducati a Bologna. La passione cresce velocemente e tutto questo crea una tradizione».

La corsa della Ducati Thailand – è stata davvero una corsa – è iniziata nel 2010, quando si è deciso di aprire la prima centrale in Sud-Est Asiatico. «La Thailandia offriva il giusto mix di competenze e posizione. C’è manodopera qualificata, che si è formata in altre aziende del settore motoristico. Senza contare che quando trovi uno bravo, qui lo è davvero molto. In termini di connettività, poi, questo è un hub ottimale, con poli industriali avanzati collegati al resto dell’Asia sia via terra sia via mare. Inoltre, da un punto di vista umano, è un paese amichevole e ottimista, ben più degli Europei» spiega Scalzo. Anche per questo, viene da pensare, la Thailandia meriterebbe una ‘corsa’ vera, una gara del motomondiale nel circuito di Buriram (nell’Isaan), dove si è già svolta una gara del campionato di Superbike.

Quella che nel 2010 era solo un’idea, con un’accelerazione di sviluppo degna di una Monster che ha bruciato ogni altra azienda europea, è divenuta realtà il 7 novembre del 2014, quando è stato ufficialmente inaugurato lo stabilimento della Ducati Motor Thailand. «Adesso noi consideriamo la Thailandia come la seconda casa della Ducati. Un chiaro segno che è stata presa la decisione giusta» dichiarò l’allora Managing Director Francesco Milizia.

Lo seconda casa della Ducati si sviluppa su 22 mila metri quadrati d’impianti all’avanguardia in un terreno di 45 mila (significativo dell’ottimismo non solo thai ma anche italiano) nella zona di libero scambio all’interno dell’Amata Industrial Park (nel distretto di Rayong, a pochi chilometri da Pattaya). All’ingresso, la tradizionale Saan phra phum, la Casa degli Spiriti, veglia benevolmente sulla produzione. All’interno, le linee di montaggio, realizzate secondo gli schemi e i sistemi collaudati nella storica fabbrica di Borgo Panigale, producono tutti i modelli della casa (Diavel, Hypermotard, Monster, Multistrada e Superbike 899, nonché il nuovo Ducati Scrambler). La differenza rispetto alla prima casa della Ducati è che qui ci vogliono più tempo e più controlli: la qualità thai deve essere pari a quella italiana.

«Sono entusiasta: la nostra nuova fabbrica in Thailandia è pienamente operativa. Le tecnologie e il design all’avanguardia delle nostre moto sviluppati in Italia, oggi possono materializzare in Asia ‘l’essenza delle prestazioni italiane’» ha poi dichiarato Claudio Domenicali, Amministratore Delegato della Ducati Motor Holding. Estendere a tutta l’Asia ‘l’essenza delle prestazioni italiane’: questo è l’obiettivo finale della Ducati, ed è stato il motivo della creazione della fabbrica in Thailandia, che dovrà rispondere a una richiesta sempre crescente. Lo dimostra il successo iniziale, oltre ogni previsione.

La storia della Ducati in Asia dura da decenni, sia pure con un’organizzazione ben più piccola, basata su distributori che erano innanzitutto degli appassionati. La Ducati era uno status symbol, un marchio desiderato per le sue caratteristiche tecniche, per il

Ducati Monster
Banco prova Ducati

design. Per il suono. Per il fascino intrinseco dei prodotti italiani. «Ora l’ambizione di Ducati è diventare in Asia quello che è nei mercati maturi: un fenomeno unico, che permette a coloro che desideravano acquistare un prodotto d’alta gamma di entrare in quel mondo. Restare un prodotto aspirazionale ma possibile. Essere un desiderio realizzabile» dice Scalzo. «Del resto anche in Asia il concetto di moto si è evoluto in quella cultura della moto come divertimento, come stile di vita, che è un fattore indipendente da razza, religione, nazionalità. E siamo stati noi, alla Ducati, che abbiamo formato questa cultura». Scalzo, inoltre, sottolinea un ulteriore elemento che dovrebbe servire da lezione a tutti i potenziali imprenditori che vogliono investire sul paese. «Non bisogna confondere la diversità con un limite allo sviluppo. Noi abbiamo osservato, cercato di capirla, questa diversità. Questa è una delle grandi sfide che le aziende devono affrontare. La prima è creare valore, ma poi bisogna dare la percezione di questo valore. È questo che fa la differenza».

Il risultato di tutto ciò lo si osserva facilmente. Com’è accaduto una sera, di fronte all’Oriental Hotel di Bangkok, dov’era parcheggiata una Ducati Superbike 899 Panigale. Attorno s’era formato un capannello di curiosi che le giravano attorno. Alcuni, evidentemente, sapevano cos’era. Altri la osservavano come si fa con un’opera d’arte.

«È italiana» è venuto da dire. Come se spiegasse tutto.