DIECI ANNI DALLO TSUNAMI

Il racconto dell’intervento dei Camilliani in Thailandia

di Gianni Della Rizza e Beppe Bonazzoli

DIECI ANNI DALLO TSUNAMI“Già dieci anni?” È questa la reazione di molti ricordando lo Tsunami che devastò il Sud Est asiatico. La realtà è purtroppo questa: gioie e tragedie (ma specialmente queste ultime) ci passano sopra velocemente. Se ora ci basta dire due parole – Asia e Tsunami – per ricordare quell’immensa strage, probabilmente tra vent’anni si dovrà spiegare dettagliatamente ciò che accadde quel giorno di dicembre del 2004 perché il ricordo si sarà assottigliato fino quasi a scomparire. Forse è l’accavallarsi degli eventi, forse le troppe notizie che ci bombardano, forse il nostro subconscio che ci preserva dallo stress resettando i ricordi più sgradevoli. Il villaggio globale, con la massificazione di messaggi e avvenimenti, ha plastificato il dolore e la compassione.

Ma per noi Camilliani della Thailandia è un po’ diverso. Noi, che eravamo in prima linea in quel maremoto, abbiamo almeno il dovere del ricordo. Sia chiaro: non siamo eroi. Però, insieme a tante persone, ci sentiamo orgogliosi di avere scritto un’altra bella pagina di storia camilliana. Camillo de Lellis, lo si legge nel racconto della sua vita, inviava spesso i suoi religiosi in occasioni di pestilenze o necessità impellenti, e molti di loro si offrivano volontari. Quattro secoli dopo i suoi figli hanno accolto, ancora una volta, il suo invito prodigandosi senza risparmio insieme con tanti volontari.

L’onda, causata da un terremoto subacqueo al largo delle coste indonesiane, distrusse in pochi secondi migliaia di vite in diversi Paesi. Anche la costa occidentale della Thailandia fu colpita e i morti furono 5.395, i dispersi – in pratica morti con classificazione meno crudele – 2.991 (molti erano operai birmani senza documenti), i feriti 8.457. L’onda travolse le coste lasciandosi dietro rovine e disperazione, ma solo pochi minuti dopo i nostri due ospedali – il Camillian di Bangkok e il San Camillo di Banpong – intrecciavano telefonate. Ci chiedevamo notizie gli uni con gli altri gettando le basi del nostro intervento. Il nostro superiore Provinciale, Padre Paul Cherdchai cercò, senza successo, di contattare le Autorità civili e religiose per proporre l’aiuto a nome della St. Camillus Foundation. Ma il caos regnava dappertutto.

Allora decidemmo da soli: partimmo senza informazioni, senza punti di riferimento. Sapevamo che nel Sud c’erano morte e distruzione e verso Sud ci dirigemmo per dare aiuto. Era una carovana di 45 persone e 7 mezzi con medicine, strumenti medicali, acqua, tende, coperte. Le Autorità civili e militari capirono subito che la nostra colonna non era composta da avventurieri e ci affidarono un’area dove era stata approntata una tendopoli. Lì trovammo 300 persone: gente annichilita che si guardava attorno incredula e incapace di reagire. Erano genitori senza figli, bambini senza genitori, famiglie senza casa. Gente sola e spaurita che possedeva solo infradito di plastica e le magliette che avevano addosso.

Quello era forse il gruppo più bisognoso, a cui nessuno ancora aveva dato aiuto: erano indigeni poco istruiti della etnia Margan, chiamati anche ‘Zingari del mare’, e per questo si sentivano rifiutati da tutti. Subito abbiamo piantato le tende di fronte al loro accampamento per diventare un punto di riferimento per loro e per gli altri feriti della zona. Il primo lavoro è stato quello di ascoltarli tutti uno a uno. Circa 100 persone del loro gruppo erano morte e noi ascoltammo storie incredibili. Una bambina ci fece vedere come si era aggrappata al collo del nonno mentre lui si teneva stretto a una pianta; una donna ci raccontò che il marito vedendo l’onda la spinse su una pianta prima di scomparire per sempre…

DIECI ANNI DALLO TSUNAMIMedicammo i feriti ricoverando i più gravi. E loro ci segnalarono casi di altri feriti e dispersi nelle vicinanze. Anche le responsabili dei nostri due ospedali di Bangkok e di Banpong organizzarono gruppi di volontari con turni di 2/3 settimane. Infermieri e medici non tornarono a casa per diversi mesi perché erano impegnati in un tour de force massacrante sia con noi sia nei loro ospedali. Con i capi-villaggio e i militari pensammo alle prime necessità: un pasto 3 volte al giorno, vestiario, assistenza medica. Iniziammo le uscite con la clinica mobile per portare aiuti nei villaggi e nelle piccole isole dove nessuno era ancora arrivato, e dove individuammo i casi più critici.

Penso sia giusto ricordare il personale dei nostri due ospedali che si è prodigato senza risparmio. Hanno approntato un efficientissimo campo medico, visitato, medicato, annotato le necessità dei sopravvissuti, ma, specialmente, sono stati un grande aiuto psicologico perché ascoltavano con amore le drammatiche storie di ognuno. Il nostro personale ha spesso lavorato di notte, ha distribuito pasti e vestiti, ma ha pure dovuto affrontare con piglio deciso chi veniva per disturbare o per interessi personali. Tutti lavoravano dall’alba al tramonto e alla sera, quasi incapaci di reggersi in piedi, trovavano la forza di improvvisare scenette e inventare giochi per i bambini. Tentavano di far fiorire un sorriso tra tante lacrime. Ammirevole era anche il loro adattamento alla vita del campo. Erano medici, professionisti, infermiere, persone di una certa condizione sociale, ma tutti accettarono di preparare i bagni del campo e cucinare i pasti. Devo però anche ricordare la collaborazione della popolazione nella desolazione di un territorio sconvolto: ogni sera i pescatori ci portavano il pesce e le donne, le cui case sulle alture non erano state colpite dallo Tsunami, ci preparavano i pasti.

E io in tutto questo che cosa ho fatto? Permettetemi di citarmi, non per incensarmi ma per raccontare senza fronzoli il mio lavoro. Io mi dedicai ai bambini. Molti erano rimasti orfani e molti non avevano più una scuola dove andare. Bambini sperduti.  I maestri ci dissero che erano pronti a continuare le lezioni nelle loro case: era una buona cosa ma dovevamo organizzare trasporto, cibo, divise, materiale scolastico. Poi, una mattina, alla prima adunata, io e padre Sante ci trovammo davanti 176 tra bambini e ragazzi. Erano tutti diligentemente in fila, ma una selva di teste sporgeva dalle file: guardavano verso di noi, attendevano un nostro impegno. Fu una scena che rivivo ancora oggi con trepidazione ma anche con commozione perché ero pervaso da un’impetuosa incoscienza. Padre Sante mi guardava. Poi chiese preoccupato: “Gianni, e ora cosa facciamo?”.

I ragazzi ci fissavano in attesa di una speranza. Già, ma cosa potevamo realmente fare per loro? Nulla era stato ancora discusso, nulla era stato deciso, nessuna somma importante era stata ancora stanziata. Non so voi come la pensiate, ma ci sono momenti in cui sembra che il mondo ci frani addosso, momenti nei quali si pensa: “Qui ci vorrebbe la Provvidenza”. Ecco, quella mattina al campo fu uno di quei momenti terribili. Poi – e io sentivo dentro di me che prima o poi sarebbe arrivata – ecco la domanda tanto temuta. Uno ci chiese: “Per quanti anni ci aiuterete?”. Rimasi in silenzio. Una marea di pensieri mi affollarono la testa, il cuore batteva forte, la mente era confusa. Anch’io, per un pugno di secondi che mi parve interminabile, stavo sostenendo il mio tsunami psicologico. I secondi passavano lenti poi, inaspettatamente, udii la mia stessa voce rispondere: “Per cinque anni”.

Cinque anni era una risposta enorme, una dichiarazione che, se qualcuno me lo avesse chiesto, in quel momento non avrei saputo giustificare né economicamente e né organizzativamente. Ma quella frase mi sgorgò spontanea dal cuore e io stesso la ascoltai come pronunciata da un estraneo. Il dado era tratto: avevo ormai preso un impegno. Mantenerlo non fu facile perché molti che promisero poi si dileguarono, ma sempre, tra le difficoltà e nei momenti più duri, sentii sempre risuonare quella mia risposta. Per me fu un pungolo per andare avanti.

Chi non si è dileguato e merita un grazie particolare è la nostra ONLUS PRO.SA che, oltre a mantenere l’impegno per cinque anni verso gli studenti, ha ricostruito completamente una scuola. Abbiamo potuto ricostruire diverse scuole perché anche l’Ambasciata del Vaticano ha scelto la nostra Fondazione per convogliarvi gli aiuti che riceveva. E così, oltre alle scuole, abbiamo potuto costruire molte case e donare decine di barche e di motori. Inoltre, molte Associazioni e singoli benefattori ci hanno scelto come punto di riferimento per fare arrivare i loro aiuti. Un aspetto che ricordo con piacere è il rapporto con la religione islamica, praticata dalla maggioranza delle persone con le quali abbiamo collaborato. C’è stato sempre rispetto reciproco e molta amicizia. Un piccolo esempio: quando noi dicevamo la Messa loro si fermavano in silenzio, e quando loro andavano alla preghiera del pomeriggio noi facevamo altrettanto.

Per noi Camilliani la presenza in questo luogo ha significato conoscere una realtà che meritava un’attenzione particolare. Infatti ci siamo concentrati su due gruppi in sintonia con il nostro scopo principale: l’accompagnamento terapeutico dei sieropositivi e un aiuto ai bambini con handicap. Per questi abbiamo creato anche una struttura che ne accoglie una quarantina ogni giorno, con la forma del Day Hospital. Sono trascorsi dieci anni dallo Tsunami, ma quella catastrofe ci ha insegnato molte cose. E, in parte, ha molto migliorato il nostro impegno nell’aiutare la gente in difficoltà.

San Camillo De Lellis pone in salvo gli ammalati del Santo Spirito, 1746, olio su tela