DETTI E INTER – DETTI

Le ‘spose in vendita’ in Thailandia: il crepuscolo di un luogo comune

di Massimiliano Brancato

versamento di acqua benedetta sulle mani della coppia, prima da parte dell'anziano del villaggio e poi, uno ad uno, da parte di tutti gli ospiti.

Detti e Inter-detti: tutti noi viviamo in larga parte di luoghi comuni, non potremmo fare altrimenti, dobbiamo necessariamente dare per scontate cose che non lo sono affatto all’occhio dell’esperto; nell’epoca della vulgata web, inoltre, l’esplosione del ‘luogo comune’ è stata esponenziale. Il ‘Detto’ è esattamente questo: ciò che comunemente si dice, ciò che si dà per scontato, ciò che ci rassicura dal dubbio e dalla fatica di un’analisi meno superficiale. Il ‘Detto’ è anche il pane quotidiano delle nostre conversazioni, al bar, con gli amici, al circolo bocciofilo… Ripeto, nulla di snobistico… Tutti ci cibiamo, magari in diverse quantità, di ‘luoghi comuni’.

L’’Inter-Detto’ è, invece, ciò di cui si nutre la conoscenza. Parte dal dubbio, attraversa l’esperienza dell’analisi e della ricerca, si muta spesso in critica e in dissenso disturbante. E questo spiega il doppio significato di ciò che si nasconde tra il ‘luogo comune’ e ciò che, per l’appunto, è interdetto, proibito o scomodo. Come scrive Emanuele Trevi: “Una vera conoscenza è solo quella che accetta di caricarsi sulle sue spalle l’ignoranza, l’inconsistenza e i vuoti che paradossalmente la rendono possibile” (http://lettura.corriere.it/linvenzione-della-memoria/).

La Thailandia odierna è uno dei templi del ‘Luogo-comunismo’. Un paese che tutti, persino chi non ha neanche una vaga idea della sua reale collocazione geografica, credono di conoscere. Un monumento agli innumerevoli ‘Detti’ propagati dal web, dai media, dalle locandine turistiche patinate etc. etc.

È bizzaro come un paese orientale, quindi sostanzialmente e strutturalmente diverso e schivo nei confronti dell’occidente, e, inoltre, come abbiamo già sottolineato altrove, così poco ‘accademicamente’ studiato (basti pensare alle sterminate bibliografie su Cina, India e Giappone e confrontarle con la scarsissima bibliografia sulla Thailandia e, più in generale, sul Sud-Est asiatico), sia al contrario ‘ipernoto’ nelle vulgate dei media, nelle periodiche ‘crociate’ anti-corruzione, anti-prostituzione, anti-traficking, anti… anti…

Ebbene, c’è una ragione per questo. La Thailandia, diversamente da altri paesi asiatici, è da sempre un paese accogliente, aperto a visitatori, viaggiatori, turisti, mercenari, missionari fin dal XIV secolo. E i thailandesi hanno ben appreso l’arte della sopravvivenza dall’’invadenza’ occidentale. Facendo forza sulla loro formidabile resilienza, hanno costruito quinte artificiali a uso e consumo dei loro ospiti, senza però cedere nulla del loro mondo, semplicemente spostandolo leggermente, occultandolo, rendendolo poco accessibile o poco gradevole ai nostri palati. Bangkok, con i suoi imponenti centri commerciali, Pattaya, con le sue fanciulle in affitto, Pukhet col suo esotismo alla portata di tutti… Ecco le quinte sapientemente costruite per occultare la ‘vera’ Thailandia, lo spirito che ancora la anima, la religione che la nutre, le attitudini e i costumi di una etnia ancora così coesa e fiera della propria identità.

La nostra rivista vorrebbe proprio essere uno spazio di riflessioni e confronti proprio sui ‘Detti’ e ‘Inter-Detti’ attorno a questo ipernoto eppure pressoché sconosciuto (o, piuttosto, misconosciuto) Paese.

Se, nello scorso numero, abbiamo affrontato lo spinosissimo e misconosciuto mondo della ‘prostituzione’, in questo numero affrontiamo una vexata quaestio altrettanto spinosa (e in parte contigua): quella del ‘mercimonio di mogli Thai’.

L’articolo di Mauro Bartolomeo, su questo numero della rivista, prende spunto da una ricerca effettuata dal Prof. Kalapapruek Piwthongngam, presso l’Esaan Centre for Businesses and Economic Research della Facoltà di Economia dell’Università di Khon Khaen, la quale ha avuto immediatamente un’eco mediatico enorme e, a mio parere, spropositato rispetto al valore in se della ricerca. Perché? Ma per il fatto che sembrerebbe alimentare e ‘certificare’ uno dei più comuni ‘Detti’ sulla Thailandia: la Thailandia si è arricchita a spese dei poveri farang caduti nelle malandrine reti delle graziose fanciulle dell’Isaan.

Veniamo allora senza indugi all’’Inter-Detto’. La ricerca di Kalapapruek stima in 9 miliardi di baht il contributo al Pil dell’Isaan da parte dei generosi contributori farang. A parte che sarebbe interessante avere una distribuzione su un arco temporale di questo apporto, ma bisogna considerare che il totale del Pil thailandese ammonta a 387,3 miliardi di dollari (2013) pari a 12,592 miliardi di baht… Non mi sembra che i 9 miliardi stimati siano così rilevanti, anche se riferiti alla regione più ‘povera’ della Thailandia.

Vogliamo, allora, negare il fenomeno? Assolutamente no, solo ricondurlo alla giusta rilevanza, cercando di capirne le origini e i termini effettivi.

L’equivoco nasce dall’usanza del sinsod (สินสอด), il prezzo della sposa, che nella tradizione thai serve a compesare il ‘latte materno’, ma che in realtà ha funzioni ben più complesse nel quadro della società e dell’economia tradizionale. Le donne hanno un ruolo dominante nell’economia rurale thai e spesso gli uomini si spostano nell’ambito del villaggio materno della sposa (matrilocalità). In buona sostanza, l’uomo ha un grande vantaggio, in termini economici, dall’unione coniugale, che è parzialmente compensato dal sinsod. C’è poi, ovviamente, la volontà di acquisire uno status più alto ‘alzando’ il prezzo di fanciulle particolarmente gradevoli così come l’oscillazione del prezzo del sinsod serve alle aspiranti spose per selezionare mariti più o meno graditi. In questo le donne thai hanno sempre goduto di una libertà sconosciuta in altre culture orientali.

Ovviamente il farang ha ben altre aspettative; di norma è ben lungi dal volersi integrare nella famiglia ‘estesa’ della moglie, ignora usi e consuetudini e considera il sinsod un mero mercimonio per accaparrarsi la graziosa fanciulla di turno sic et simpliciter, magari più giovane di 30 o 40 anni. Ovviamente la montagna di problemi di ‘comunicazione’ interculturale rendono queste unioni piuttosto ‘complesse’ e, sovente, il farang frustrato si ritiene ‘truffato’ avendo pagato un prezzo per una ‘merce’ non rispondente alle proprie aspettative.

Questo, peraltro, era vero sino a una decina di anni or sono. Ora, da un lato l’economia dell’Isaan ha fatto notevoli progressi, come del resto l’intera Thailandia, dall’altro nelle famiglie thai si va consolidando l’idea che il matrimonio col farang non sia poi così vantaggioso e che, alla fine, generi più problemi di quanti ne risolva. Per le famiglie, ora, è preferibile conservare le ‘risorse umane’ femminili all’interno del villaggio piuttosto che vederle partire per paesi che molto spesso sono in condizioni peggiori di quelle che hanno lasciato. La stessa ricerca di Kalapapruek Piwthongngam stima una media di 9,600 baht al mese di ‘rimesse’ da parte delle spose di farang, che è una cifra non lontana dal salario minimo mensile attuale in Thailandia.

DETTI E INTER - DETTI
Esempio di sinsod offerto

Da un lato, quindi, sta vistosamente calando l’’offerta’ di spose, mentre, grazie al ‘tam-tam’ mediatico e al proliferare di siti web ‘specializzati’, aumenta altrettanto vistosamente la ‘domanda’ internazionale. Da un punto di vista meramente economico, per molte giovani ragazze thai, Isaan e non, ora sta diventando assai più lucrativa (e molto meno impegnativa) la scelta della prostituzione semi-professionale rispetto a quella ‘matrimoniale’.

Per contro c’è da rilevare che i ‘prezzi’ delle spose, che hanno ovviamente una grande varianza, ma che mediamente oscillano tra i 200,000 e il milione di baht, a cui, di norma, occorre aggiungere circa 100,000 baht in monili d’oro e, ovviamente, la casa coniugale, iniziano a diventare un ‘investimento’ piuttosto oneroso per la maggior parte dei farang.

Tutto ciò fa pensare che il fenomeno delle ‘spose in vendita’ thailandesi, come quello della classica prostituzione simil-fidanzamento, sia piuttosto alla fine del suo ciclo. Magari alcuni rimpiangeranno le ‘fortunate’ stagioni degli anni settanta-novanta… Magari altri saranno contenti di poter finalmente guardare alle giovani thai per quello che realmente sono, con la loro allegria contagiosa, la loro grazia naturale, la loro semplicità disarmante… Senza dover necessariamente sfoderare il loro maccheronico ‘Aumaccio?’ e senza, per contro, dover essere necessariamente considerati degli ATM bipedi.

Antropologo, archeologo, geografo. Direttore della rivista “InThailandia”. Residente in Thailandia dal 2002 dove ha approfondito i suoi studi sulle società del sudest asiatico.